NoLogo/ Non sono un libro, sono un ebook

4 years ago by in x-books Tagged: , ,

Siamo strani: l’Italia ha un tasso di lettura di libri bassissimo, ma un attaccamento al libro come feticcio paragonabile a quello per la mamma o per una squadra di calcio. Settimana scorsa parlavamo dei costi, del valore percepito e del prezzo delle versioni digitali dei libri già editi, scatenando un dibattito particolarmente interessante che è durato giorni.

Oltre alla normale eterogeneità delle posizioni, questo dibattito è stato caratterizzato soprattutto da un densisissimo tasso emotivo, come se anche chi legge un libro all’anno fosse comunque indignato contemporaneamente all’idea di doverlo pagare troppo E di non vederlo abbastanza valorizzato. Da un lato l’umano desiderio di pagare un bene il meno possibile, dall’altro il terrore che questo particolare bene possa prendere forme ignote, incomprensibili e diverse da quelle finora conosciute.

Facciamo un passo indietro: la mia posizione sul prezzo dell’ebook di un libro già pubblicato è che, anche se la produzione e la commercializzazione della versione digitale avessero un costo significativo, la percezione del suo valore (e quindi del prezzo) è troppo legata alla particolare natura dei beni digitali, che hanno un costo di produzione ma non un costo di copia. Per risolvere il problema della loro redditività (senza la quale nessuno investirebbe per realizzarli) suggerivo di passare da un costo per copia a un costo di partecipazione a un’esperienza: questo non può limitarsi a un cambio di etichetta, ma implica che la versione digitale di un libro già pubblicato debba avere qualcosa in più, anche solo qualcosa di equivalente ai contenuti speciali dei DVD.

Lo fa per esempio Quinta di Copertina, un editore indipendente che propone due versioni dei suoi ebook, una normale a un prezzo basso, una Deluxe a un prezzo più alto. Detto in altri termini, un libro digitale per essere redditizio (qualunque cosa questo significhi) deve proporre un minimo di contesto al testo, e se possibile un contesto in evoluzione e che implichi una qualche forma di partecipazione del lettore interessato (in questo senso parlavo di finanziare l’originale più che acquistare una copia).

Questo è tanto più vero se parliamo di nuove esperienze narrative e di trasferimento di conoscenza che nascono in un ambiente digitale e che sono molto più simili ad applicazioni che a testi. Questi nuovi “libri” molto probabilmente non verranno letti dai lettori tradizionali, e questa dovrebbe essere un’ottima notizia, considerando che i non lettori di libri sono in netta maggioranza e che si creeranno due mercati, di cui uno completamente diverso. Forse non li chiameremo neanche libri, anche solo per evitare di essere trascinati in discussioni nostalgiche sull’odore della carta e sull’immersività solitaria della lettura.

Certo è che partecipando a distanza a Books in Browsers, una bella conferenza organizzata da Internet Archive e sponsorizzata da ÒReilly, si nota subito come nel programma e tra i partecipanti spiccano per assenza proprio gli editori tradizionali, ancora convinti che il web sia solo un canale di comunicazione, che il software sia interessante come una rotativa (massimo rispetto per le rotative) e che questo nuovo mercato non li riguardi (probabilmente a ragione).

Nel futuro potrebbe esserci quindi una cesura netta tra gli editori del cartaceo e gli editori del digitale, tra agenti e scrittori cartacei e agenti e scrittori digitali; forse non è neanche un male, l’importante è partire dal presupposto che, come scrive John Pettigrew, “c’è pochissima attenzione per quello che le persone vogliono davvero dai libri digitali” e che, come scrive Chris Meade, “il dibattito nato durante Books in Browsers solleva questioni interessanti sulla differenza tra possedere un oggetto acquistato e farne parte”.

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